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Ci sono voluti 41 anni

BY IN News On 31-07-2015

La notizia della recente sentenza della Corte di Assise di Milano sulla strage di piazza della Loggia è motivo di riflessione per tutti.

L’Associazione Patto Civico rivolge un abbraccio affettuoso nei confronti dei familiari delle vittime della strage ed esprime la sua piena condivisione per le intense parole del Presidente dell’Associazione Familiari vittime di piazza della Loggia, che giornali e televisioni hanno largamente divulgato.

Nulla è più vile e più semplice di un atto terroristico che mette a morte indifferentemente uomini, donne e bambini. A fronte di un crimine così abnorme e crudele, l’affermazione giudiziaria della verità e la prova delle responsabilità individuali rappresentano l’esito processuale di un’opera disperatamente ardua, che richiede all’Amministrazione della Giustizia di attingere ad enormi provviste di tenacia, di competenze, di risorse e di tempo.

Dunque, non vi è nulla di scontato nel fatto che, pur dopo 41 anni dalla Strage di Piazza della Loggia, la recente sentenza della Corte di Assise di Milano abbia accertato le responsabilità penali (di alcuni) dei colpevoli, condannandoli. Nonostante i molti anni trascorsi dalla strage, è un risultato davvero rilevante.

Come ha dichiarato Manlio Milani (Presidente dell’Associazione Familiari vittime di piazza della Loggia), con la lucida dignità che lo contraddistingue, è stata pronunciata una sentenza di grande importanza per la ricostruzione non solo giudiziaria, ma anche storica, di una fase tormentata della vita democratica italiana. La sentenza, finalizzata all’accertamento delle responsabilità penali individuali degli imputati, ci dice una verità inevitabilmente parziale, che è e sarà integrata dagli studi storici, sociologici, politici. Tuttavia, la sentenza dimostra che le Istituzioni democratiche, nella loro parte assolutamente prevalente, non hanno rinunciato a fronteggiare il nichilismo terroristico e seguitano ad opporre alle strategie della paura di matrice criminale la ferma volontà civile di giustizia e di verità. E’ il modo migliore di onorare le vittime del terrorismo e la loro memoria, che deve restare viva nelle coscienze democratiche.

“Mentre non c’è cosa più semplice che denunciare il malvagio, nulla è più difficile che comprenderlo” (Dostoevskij).

 

Ci sono voluti 41 anni, tre inchieste e tredici processi per arrivare finalmente a una condanna per la strage di Brescia. Ergastolo per Carlo Maria Maggi, il capo della cellula veneta di Ordine Nuovo, e per Maurizio Tramonte, il fascista fonte “Tritone” dei servizi segreti. Erano stati assolti nella terza indagine sulla strage di piazza della Loggia. Poi la Cassazione ha cancellato l’assoluzione e ordinato un nuovo processo d’appello che ieri si è concluso con due ergastoli.

Piazza Loggia

È provato, dunque, che l’esplosivo che uccise otto persone e ne ferì più di cento, quel 28 maggio 1974 a Brescia, è la gelignite conservata nella trattoria di Venezia “Scalinetto”, dove si ritrovavano gli uomini di Ordine Nuovo, e poi consegnata daCarlo Digilio a Marcello Soffiati, che la portò a Brescia. Soffiati e Digilio (l’unico condannato per la strage di piazza Fontana, di cui si era autoaccusato) sono morti, dunque non possono più essere condannati. Ma erano solo due militanti di Ordine Nuovo, che non potevano certo decidere da soli una strage come quella di Brescia. Era Maggi il capo della cellula veneta in grado di dare l’ordine.

È Maggi infatti che il 25 maggio 1974, tre giorni prima della strage, in una riunione ad Abano Terme dice che bisogna fare un grande attentato, che bisogna proseguire nella strategia stragista iniziata il 12 dicembre 1969 in piazza Fontana a Milano: lo riferisce Tramonte, militante di Ordine Nuovo che era diventato un informatore del Sid (il servizio segreto militare) con il nome in codice di “fonte Tritone”. Il generale del Sid Gianadelio Maletti, che gestiva la fonte, la tenne nascosta e si guardò bene dal passare le informazioni di “Tritone”, preziosissime, ai magistrati che indagavano sulla strage. È il giudice istruttore di Milano Guido Salvini a scoprire, negli anni Novanta, chi è “Tritone”, che è così portato a giudizio.

Del ruolo di Maggi parlano anche altri due militanti di Ordine Nuovo, il veneto Nicola Rao e il milanese Pietro Battiston, in una conversazione intercettata nel 1995, in cui commentavano la partenza da Venezia, il giorno prima della strage di Brescia, di una valigia di esplosivo.

Tutto ciò non fu ritenuto sufficiente dai giudici del primo processo d’appello a Brescia, contraddetti dalla Cassazione. Ora la Corte d’assise d’appello di Milano ha messo un punto fermo in una lunga storia di stragi sempre senza colpevoli.

Soddisfatti, finalmente, i famigliari delle vittime. “La sentenza impone una profondissima riflessione su quegli anni dal ’69 al ’74”, ha dichiarato Manlio Milani.

Testo estratto da “Il Fatto Quotidiano” – Barbacetto

 

 


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